Imprese italiane e mercato USA – “Le nuove regole del gioco”
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Euren InterSearch ha avviato un’iniziativa dedicata alle aziende italiane interessate a sviluppare la propria presenza negli Stati Uniti. A guidare il progetto è Paolo Gagliardo, manager internazionale con esperienza tra Italia e USA, pronto a trasformare le sfide del mercato americano in opportunità concrete.
L’articolo che segue è un approfondimento del tema, scritto direttamente da Paolo Gagliardo.
I dazi come opportunità
Oggi, i dazi dovrebbero essere intesi non come una “punizione”, ma come una leva industriale strutturale, una nuova variabile indipendente, perché rappresentano strumenti permanenti della politica economica americana, concepiti e tarati per attrarre investimenti, impianti e posti di lavoro entro i confini nazionali, e per ricostruire quella base manifatturiera che per decenni è stata sacrificata alla logica “Wall Street”.
Questi piani confermano che la politica industriale americana non scoraggia l’investimento estero, ma seleziona e premia chi produce sul suolo americano. È la prova che la nuova economia di “Main Street” può attrarre capitali globali, a patto che arrivino con competenze, stabilimenti e posti di lavoro reali, ed è un risveglio della competitività americana, anche come risposta strategica alla pressione industriale e tecnologica cinese.
Questi esempi possono essere facilmente scalati anche ai livelli più piccoli e riguardano tutte le aziende italiane, non solo i grandi gruppi. L’approccio è lo stesso: investire, localizzare, radicarsi. Capirlo – e agire – fa la differenza tra subire le regole o trasformarle in un vantaggio competitivo reale.
In questo contesto, i dazi non devono essere letti come un costo, ma come una chiamata all’azione: un invito a ripensare la propria presenza negli Stati Uniti in chiave produttiva e non solo commerciale. Se i concorrenti continueranno a esportare tutto dall’estero, il loro costo “landed” salirà inevitabilmente del 10–15%, mentre chi produce localmente potrà difendere i margini, ridurre i tempi e partecipare alle gare pubbliche. È un cambio di paradigma: il dazio non penalizza chi investe, ma chi resta fermo.
Peraltro, non servono fabbriche da 5.000 addetti: basta una presenza visibile, coerente e credibile.
Un esempio recente: azienda italiana produttrice di macchine per la lavorazione dell’acciaio, ha inaugurato nel 2025 la costruzione della sua nuova sede USA in Georgia. Con un impegno iniziale da 20 milioni di dollari e la previsione di 90 assunzioni, il progetto include warehouse, centro di test/assemblaggio e una strategia “local-for-local” per integrare competenze e filiera americana.
I dazi proteggono chi si muove, non chi aspetta. Sono una barriera difensiva per chi si radica localmente e una tassa d’ingresso per chi resta ‘solo’ esportatore.